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LA STORIA DI STEFANO FURLAN

Mercoledì' 8 Febario 1984, al termine di Triestina-Udinese di coppa Italia , STEFANO FURLAN, 20 anni tifoso della Triestina, viene colpito al capo da diverse manganellate e finisce in questura. Dopo degli accertamenti viene rilasciato, subito dopo inizia ad avvertire i primi dolori alla testa. Il mattino seguente Stefano sta molto male e viene portato in ospedale dove perde i sensi nella sala del pronto soccorso. ENTRA IN COMA PROFONDO E DOPO 21 GIORNI DI AGONIA GIOVEDI' 1 MARZO MUORE. Nel novembre 1985 la corte d'assise condanna ad un anno di reclusione con i benefici della legge l'agente che colpì Stefano. Nell'Ottobre 1992 la curva del nuovo stadio "NEREO ROCCO" viene dedicata a lui.

QUINDICI ANNI DOPO STEFANO VIVE ANCORA NELLA SUA CURVA E NEI CUORI DEGLI ULTRAS TRIESTINI CHE MAI LO DIMENTICHERANNO!

TESTO TRATTO DA UNA FANZINA DEGLI ULTRAS TRIESTE 1976



Sono ormai passati vent'anni dalla morte di Stefano..
Stefano e` sempre presente nella sua curva al Nereo Rocco..
gli ultras della Triestina cosi` come quelli di altre tifoserie non lo dimenticano e gli rendono onore





VINCENZO PAPARELLI

Nel ricordo di Vincenzo Paparelli


Mi chiamo Vincenzo Paparelli, e sono morto il 28 ottobre del 1979.
Forse qualcuno si ricorda ancora di me.
Ero un uomo di trentatrè anni che un giorno fu ucciso allo stadio Olimpico da un razzo a paracadute di tipo nautico sparato da un tifoso ultrà della Roma. Quando sono stato colpito stavo mangiando un panino. Mia moglie Wanda cercò di estrarmi quel tubo di ferro dall'occhio sinistro, ma siccome il razzo bruciava ancora, finì per ustionarsi una mano. Il medico che mi ha prestato i primi soccorsi, dichiarò che nemmeno in guerra aveva visto una lesione così grave. Il giorno dopo tutti i giornali mostrarono una fotografia scattata qualche mese prima, che mi ritraeva in un ristorante insieme a mia moglie. Soltanto il quotidiano Il Tempo pubblicò l'immagine di me, riverso per terra, con la faccia insanguinata e l'orbita dell'occhio sinistro vuota.
Sono stato la seconda vittima del tifo calcistico in Italia, la prima era un tifoso della Salernitana che nel 1963 morì in seguito a degli scontri scoppiati in tribuna con dei tifosi del Potenza. Tra le personalità del mondo sportivo il primo ad accorrere all'ospedale Santo Spirito, dove sono giunto ormai morto, è stato il Presidente del Coni Franco Carraro. Mio cognato quando ha sentito alla radio il mio nome ha pensato a un caso di omonimia. Mio fratello quando ha saputo della disgrazia, ha avuto un forte senso di colpa perché mi aveva prestato la tessera e quel giorno allo stadio al mio posto doveva esserci lui. Mia moglie, che era accanto a me nell'ambulanza, per tutto il tempo mi ha pregato di non morire e mi ha tenuto stretta la mano. Dopo aver sbrigato tutte le formalità in questura e aver ritirato i documenti e i miei oggetti personali, ha avuto una crisi e ha cominciato a urlare. Sulle foto apparse sui giornali i giorni seguenti è ritratta insieme a sua madre che cerca di consolarla e le tiene un braccio sulla spalla. Ha la faccia stanca e scavata, e nei suoi occhi c'è qualcosa di terribile. Il mio nome e quello de i miei familiari sono comparsi sui quotidiani per tutta la settimana dopo l?omicidio e anche quella successiva, ma sempre con minore risalto. Io sono stato definito unanimemente un uomo normale e tranquillo, con un'unica passione, quella per la Lazio. Alcuni quotidiani hanno sottolineato più volte che avevo un'officina meccanica in società con mio fratello e vivevo in una moderna borgata romana chiamata Mazzalupo. Qualcuno ha scritto che avevo comprato il televisore a colori con le cambiali, e il mio unico lusso era un Bmw di seconda mano che tenevo in garage e lucidavo come uno specchio. Dopo la mia morte, il capitano della Lazio Pino Wilson ha telefonato a mia moglie per porgerle le condoglianze. Anche il sindaco di Roma Petroselli ha telefonato, e si è offerto di pagare le spese del mio funerale e ha messo a disposizione della mia famiglia un assistente sociale. Il giocatore Lionello Manfredonia è andato a far visita ai miei familiari regalando a mio figlio più piccolo la sua maglietta con il numero cinque. Al mio funerale c'era tutta la squadra della Lazio, insieme all'allenatore Bob Lovati e al presidente Lenzini. I giocatori della Roma invece non hanno partecipato perché impegnati con la trasferta di Coppa Italia a Potenza, al loro posto la società ha inviato i ragazzi della Primavera. Alla cerimonia funebre hanno assistito migliaia di persone e per quel giorno è stato proclamato il lutto cittadino. La Fondazione Luciano Re Cecconi ha devoluto un milione in beneficenza alla mia famiglia. La giunta regionale del Lazio ha stanziato la somma di cinque milioni come segno di solidarietà. La Società Sportiva Roma ha fatto affiggere una targa in Curva Nord per ricordare la mia persona. Mio fratello Angelo ha proposto alle due società romane una partita Lazio-Roma mista cioè con i giocatori laziali e romanisti mescolati nelle due formazioni, ma alla fine non se n'è fatto niente. Per alcuni giorni sono stato oggetto di un acceso dibattito sulla violenza negli stadi. Il sindaco di Roma ha affermato che bisognava meditare su questa tragedia e discuterne in tutti i club sportivi e nelle scuole. Qualcuno ha proposto che fossero installati negli stadi degli impianti di televisione a circuito chiuso per individuare i tifosi violenti. Il capo degli arbitri, Giulio Campanati, ha chiesto l'abolizione della moviola in Tv. Per alcuni mesi sono state prese drastiche misure repressive: è stato proibito l'ingresso allo stadio di aste di bandiera, tamburi e persino di striscioni dai nomi bellicosi, e anche di spillette e toppe che potessero risultare offensive. Il pubblico doveva incitare la propria squadra solo con la voce e con le mani. Il mio nome è stato, a secondo dei casi, inneggiato e sbeffeggiato dai tifosi della Lazio e della Roma Sui muri della città ancora oggi campeggiano scritte che dicono «Paparelli, sarai vendicato», o «Paparelli non ti dimenticheremo», o anche «10, 100, 1000 Paparelli» o ancora, «Paparelli ti sei perso i tempi belli». In questi ultimi anni i giornali hanno parlato di me, soltanto all'indomani di un nuovo delitto avvenuto allo stadio. Nel 5° anniversario della mia scomparsa, i tifosi mi hanno ricordato prima di una partita con la Cremonese. Sul tartan, all'altezza della Tribuna Tevere hanno spiegato uno striscione con scritto «Vincenzo vive», mentre la curva intonava «28 ottobre Lutto Nazionale». Nel 10° anniversario è stato inaugurato il «Lazio Club Nuovo Monte Spaccato, Vincenzo Paparelli». L'anniversario della mia morte è stato commemorato dai tifosi laziali della Curva Nord per oltre quindici anni, poi da qualche tempo è calato il silenzio. Il torneo di calcio Vincenzo Paparelli è arrivato soltanto alla terza edizione, poi si è fermato per mancanza di finanziamenti. I lavori per le ristrutturazioni dello stadio Olimpico di «Italia '90» hanno cancellato per sempre le curve di un tempo, e con loro la targa di marmo che mi ricordava. Sul motore di ricerca Yahoo digitando il mio nome e cognome racchiudendolo tra virgolette, il risultato dice sempre «Ignored». Nell'archivio del quotidiano il Messaggero, risulta che l'ultima volta che sono stato nominato è il 5 febbraio del 1995, in occasione di un breve articolo sul mio assassino. Il mio assassino si chiamava Giovanni Fiorillo, aveva diciotto anni ed era un pittore edile disoccupato. Subito dopo l'omicidio ha fatto sparire le sue tracce e si è dato alla latitanza. Qualcuno diceva di averlo avvistato a Pescara, qualcun altro a Brescia, qualcun altro ancora a Frosinone, che chiedeva informazioni per comprare le sigarette. Dopo quattordici mesi di clandestinità, si è costituito. Nel 1987 è stato condannato in Cassazione per omicidio preterintenzionale: sei anni e dieci mesi a lui che aveva lanciato il razzo, quattro anni e sei mesi agli altri due complici che lo avevano aiutato a introdurre nello stadio l'ordigno e a utilizzarlo. Durante quel girovagare per l'Italia e per la Svizzera ha telefonato quasi tutti i giorni a mio fratello Angelo, chiedendo scusa e giurando che non voleva uccidere quel giorno allo stadio. Era un ragazzo come tanti, abitava a Piazza Vittorio, era patito della Roma. Sua madre lavorava al mercato, suo padre aggiustatore meccanico. Era gente del popolo, come me. L'articolo sul giornale diceva che Giovanni Fiorillo è morto il 24 marzo del 1993: forse per overdose, forse consumato da un brutto male. Mio fratello Angelo l'ha perdonato, così come l'hanno perdonato mia moglie e anche i miei figli. Una cosa è certa, quel ragazzo è stato sfortunato, così come lo sono stato io. Mi chiamavo Vincenzo Paparelli.
Sono morto il 28 ottobre del 1979.
Forse qualcuno si ricorda ancora di me.
Massimiliano Governi (Gazzetta dello Sport).


La cronaca di quell'assurda giornata

28ottobre.... Doveva essere la solita mattina di festa. Il sonno come ogni notte prima del derby era stato poco e agitato. Alle sette ero già con gli occhi aperti sbarrati, col pensiero fisso alla mia curva, alla coreografia che con tanti sacrifici avevamo preparato, agli avversari, alla partita. Mi affaccio alla finestra... che brutta giornata. Dopo una veloce doccia e una frugale colazione, eccomi sciarpa al collo all'appuntamento con gli amici per andare insieme allo stadio. La radio già diffonde bollettini poco rassicuranti di tafferugli tra tifosi alla stazione Termini, a Piazzale delle Provincie, a Ponte Milvio. Dopo quattro chiacchiere aspettando i soliti ritardatari ci incamminiamo verso la nostra curva nord. Arriviamo nel piazzale di fronte alla curva intorno alle 11. Intorno ci sono facce tese e preoccupate di gente, per lo più giovani, che non vede l'ora che questa domenica sia finita. Un'atmosfera insolita per un derby... Si comincia a far entrare il materiale per la coreografia. Le perquisizioni agli ingressi sono insolitamente sommarie. Nè all'intemo la situazione è più distesa. Dalla curva sud compare un grande striscione su Re Cecconi, un modello di cattiveria. La Nord risponde con due enormi teloni: "Rocca bavoso, i morti non resuscitano" e "Olocausto giallorosso", mentre in alto campeggia lo striscione "Scusa porco se ti chiamo romanista!". Il parterre della curva Nord è ancora vuoto, mentre in quello della curva sud si nota un insolito andirvieni di gente a gruppetti. Passano i minuti e gli slogan si fanno sempre più pesanti. Ci sediamo a parlare con un paio di amici, della coreografia credo, quando dalla parte opposta dello stadio parte un qualcosa che attraversa il campo lasciando una scia di fumo bianco. La sensazione di un attimo di sgomento per quella "cosa" è purtroppo subito seguita dalla certezza che stia accadendo qualcosa di molto grave. Il razzo colpisce uno spettatore a circa venti metri da noi e improvvisamente si accende di una abbagliante luce rossa. Qualcuno si prodiga per aiutare il malcapitato, ma nessuno far niente per lui. La gente intorno a noi è terrorizzata. C'è chi scappa urlando, chi piange, chi rompe le panchine in legno della curva cercando di andare a vendicare quel gesto.... Il mio primo pensiero è quello di mettermi al riparo scendendo la scalinata che mi porta su piazzale antistante la Nord. Vedo la gente che scappa via e i cancelli ormai spalancati e senza polizia o controlli di nessun genere. Da una parte della scalinata c'è una ragazza sui diciotto anni che piange seduta su uno scalino. E' ferita ad una mano. Le do la mia sciarpa per arginare il sangue. Proprio in quel momento un altro ordigno sorvola la curva Nord e va ad esplodere sulla collinetta dietro la curva. Accompagno la ragazza al posto di pronto soccorso della curva e mi chiedo il da farsi. Sono solo nel panico. Chissà dove sono i miei amici. Riprendo a ragionare quel poco che le scariche dì adrenalina mi permettono. Intorno a me parecchia gente tra cui padri di famiglia coi figli, gente qualunque, ragazzi, donne, tentano di convincere la massa a seguirli in una carica contro la curva sud un per farsi giustizia sommaria. Il sentimento di vendetta per prende il sopravvento su tutto. Torno dentro la curva e mi armo con un pezzo di panchina sradicata. Vedo che tanti hanno avuto la mia stessa idea. Nel parterre intanto un gruppo di giovani ingaggia un corpo a corpo con i carabinieri che in breve hanno la peggio e devono battere in ritirata. Riscendo sul piazzale dove circa trecento persone armate di cocci di bottiglia, aste di bandiera, pezzi di panchine, stanno organizzandosi per la carica.Frattanto la radio divulga la notizia della morte di Vincenzo Paparelli. Dalla curva sud un coro allucinante: "Uno di Meno!Stiamo più larghi..." A quel punto la rabbia esplode e parte la prima carica verso la sud. Davanti a me un signore sui 45 anni brandisce un bastone divelto da chissà dove. Lo seguo cieco di rabbia raccattando i sassi lungo il tragitto e mettendomeli in tasca. Mi giro, e dietro di me ci saranno almeno altre duecento persone. In quel momento non ho pensato a nient'altro se non ad andare avanti e ad entrare nel covo di quegli sporchi assassini per fargliela pagare. In breve superiamo il vialone della tribuna Tevere, ma arrivati alla "palla" ci troviamo di fronte i blindati della polizia e gli agenti col fucile spianato. Parte la carica a colpi di bottiglia e sassi. Le forze dell'ordine si riparano alla meno peggio dietro i cellulari rispondendo coi lacrimogeni. Lo scontro prosegue per alcuni minuti e in qualche momento nella mia folle e lucida rabbia ho anche pensato di farcela a superare quel blocco. Nell'incoscienza dei miei diciotto anni era la prima volta che facevo una cosa del genere, me ne rendevo conto, ma la volevo con tutto me stesso. Tutta la gente che era li la voleva.... e non erano solo teppistelli da stadio, ma gente normale. Le urla, gli spari, le sirene, l'acre odore dei lacrimogeni... una scena che nessuno dimenticherà mai. Solo dopo alcuni minuti siamo costretti ad arretrare dentro la Nord. I cancelli sono ancora spalancati e entra ed esce chi vuóle. Sul piazzale tra cancelli e gradinata i soliti capannelli di gente.... ci si chiede: rispondere alla violenza con la violenza, oppure andare tutti via, restare in silenzio... Che fare di fronte ad un fatto così? Noi giovani siamo tutti per rispondere alla violenza con la violenza, e daccordo è tanta altra gente di età ben più avanzata, che io stesso avevo visto poco prima in prima fila a dare battaglia alla polizia per assalire la sud. Proprio nel momento in cui si sta decidendo il da farsi entrano indisturbati dai cancelli, ed ignari dell'accaduto, una decina di uomini "sandwich" con tanto di cartelli pubblicitari, forse di propaganda a un film. In brevissimo vengono ricacciati fuori. Si organizzano delle squadre di trenta-quaranta elementi ciascuno per raggiungere la sud alla spicciolata. Usciamo dalla curva tentando di fare un giro molto largo per aggirare gli ostacoli e danneggiando il maggior numero di macchine possibile. Tutte le macchine con l'adesivo della Roma vengono distrutte. In un tratto di strada scopriamo che la stessa idea l'aveva già avuta un altro gruppo partito in precedenza, visto che ciò che incontriamo è solo un cimitero di auto, carrozzerie ammaccate e vetri infranti. Cambiamo ancora itinerario. Trenta macchine almeno riportano gravi danni dal nostro passaggio. Ma la rabbia non sbollisce. Anche da viale dei Gladiatori la polizia è in assetto di guerra e non ci permette l'assalto frontale con gli avversari. Torniamo tutti in curva. Questa partita non si deve giocare....non si deve giocare! Non giocatela!!!
INTERVISTA ALLA PERSONA CHE SPARO IL RAZZO

DA QUEL GIORNO LA MIA VITA E' STATA UN INFERNO (Lugano, Svizzera, Novembre 1980) L'appuntamento con il latitante è per le cinque del pomeriggio, in piazza del municipio. Quando arrivo, accompagnato dal collega Mario Biasciucci dell'Occhio, lui è già lì. "Come stai?", gli chiedo. "Male, grazie", risponde. Però non ha l'aria dell'individuo braccato, anche se le polizie di tutta Europa, in questo stesso momento, gli stanno dando la caccia. Lui, G.F., è l'ultra romanista che il 28 ottobre del 1979, allo stadio Olimpico, uccise con un razzo per le segnalazioni marine il tifoso laziale Vincenzo Paparelli. E' sereno, disteso, quasi disinvolto. "Andiamoci a bere un caffé", dice."Poi vi racconterò tutto". Indossa un paio di jeans sdruciti, stivaletti a punta scalcagnati e un maglione che fanno a pugni con la camicia rossa della Cerrel, elegantissima e acquistata a Roma, in una boutique, quando ancora non doveva nascondersi."Adesso non potrei permettermela" aggiunge guardandomi con gli occhi socchiusi per il fumo della sigaretta."Non ho una lira". E'DURO VIVERE DA LATITANTE? "Altro che se è duro. Devi sempre correre, scappare, diffidare di tutti e di tutto. Ogni persona che incontri può essere un poliziotto. Per questo, ho deciso di farla finita. Tra venti giorni, un mese al massimo, mi costituirò, tornerò in Italia e affronterò il processo. Non ce la faccio più a tirare avanti così, sono a tocchi. Ho già contattato i miei avvocati, G.A. e P.V., per farmi consigliare. In fondo ho solo 19 anni e, anche se mi condanneranno, potrò ancora rifarmi una vita". L'UOMO CHE HAI AMMAZZATO NE AVEVA 33. CI HAI MAI PENSATO? "Cristo, se ci ho pensato. Non ho dormito la notte per il rimorso, questo è stato un anno d'inferno, il peggiore anno della mia vita". Parlando, siamo arrivati davanti a un bar che tutti, qui a Lugano, chiamano "Caffè del Federale" perché tra la sua clientela, un tempo, c'erano parecchi neofascisti italiani in fuga. Proprio lì, a quel tavolo d'angolo, Marco Pozzan (notoriamente amico Freda e Ventura) rilasciò la prima intervista dalla clandestinità e Angelo Angeli, detto "golosone" per la sua passione per i Baci Perugina e il tritolo, riceveva gli amici sanbabilini e i "colleghi" della S.A.M., Squadre d'Azione Mussolini. La domanda è inevitabile. COME MAI CI HAI DATO APPUNTAMENTO IN QUESTO POSTO? CHI TE L'HA SUGGERITO? "Nessuno, non sforzarti per capire, perché tanto arriveresti a conclusioni sbagliate. Non sapevo che i fascisti pascolavano qui, insomma non sono un "nero" se è questo che vuoi sapere, non ho alcun interesse per la politica. Caso mai sono giallorosso, la mia unica fede è la Roma". ANCHE ADESSO, DOPO TUTTO QUELLO CHE E' SUCCESSO? "Sì!" DOVE HAI TRASCORSO QUESTO ANNO DI LATITANZA? "In giro, facendo una vita infame e modesta. Ho tirato a campare". CHI TI HA DATO I SOLDI PER SOPRAVVIVERE? SI, INSOMMA, CHI TI HA AIUTATO? LA VEDOVA DI VINCENZO PAPARELLI HA DETTO IN UN'INTERVISTA CHE C'E' QUALCUNO CHE TI PROTEGGE, CHE FINANZIA LA TUA FUGA. "No, io so' disgraziato, non ho santi in paradiso. Per mantenermi ho dovuto lavorare a giornata. Ho fatto il lavapiatti, l'idraulico, il meccanico". COME FACEVI A FARTI ASSUMERE? "Dicevo di avere fame" HAI MAI TEMUTO DI VENIRE SCOPERTO? "Un'infinità di volte. La prima mi capitò subito dopo la disgrazia. Ero alla macchia da una decina di giorni. Presi un treno per tornare a Roma e mi trovai in uno scompartimento di seconda classe con diversi viaggiatori. Uno di loro era un poliziotto in borghese, lo capii dai discorsi. A un certo punto si mise a leggere il giornale. Con la coda dell'occhio vidi che stava guardando la mia fotografia e lo sentii eslamare: "Se mi capitasse tra le mani questo tipo qui, gli metterei la pistola in bocca e lo menerei pure". Per paura che mi riconoscesse, mi buttai una rivista in faccia e rimasi così per tutto il viaggio, facendo finta di dormire. Non ho mai pregato come quella volta. Anche di recente per poco non mi è venuto un colpo. Stavo rientrando nel mio rifugio, quando ho sentito una voce che diceva: "Givanotto...". Mi sono girato e ho visto un gendarme che correva verso di me. "Stavolta è proprio finita" ho mormorato. Invece voleva solo un fiammifero. Gli ho regalato l'accendino dalla gioia quando me ne sono reso conto". I VECCHI AMICI TI SONO RIMASTI VICINO? "No, mi hanno abbandonato. Non c'è stato un cane che sia andato da mia madre a chiedere notizie. Perfino la ragazza mi ha piantato. Ha 18 anni. Non ho più avuto il coraggio di cercarla da quello stramaledetto giorno". CHE COSA RAMMENTI DI QUEL POMERIGGIO? "Tutto. Le grida della folla, il rumore del razzo..." COME TE LO ERI PROCURATO? "In un negozio, dove sennò? IL giorno prima del derby, approfittando del fatto che ero di riposo, mi sono trovato con i soliti amici. C'erano M.A., E.M. e altri" TUTTI TIFOSI DELLA ROMA? "Bé, dire tifosi è poco. Noi ciavemo er core giallorosso, Pruzzo è il nostro Dio e Liedholm il suo profeta..." CHE COSA AVETE FATTO? "Abbiamo studiato un programma per sostenere la squadra l'indomani" RISULTATO? "Siamo andati a comprare dei botti per fare un pò di casino, Nel primo negozio non c'era niente che facesse al caso nostro, ma nel secondo ci hanno fatto vedere dei razzi a luce rossa. "Sono pericolosi?" abbiamo chiesto. "No",ci ha risposto il proprietario. "Se li sparate orizzontali, a 50 metri si apre il paracadute e potete raccoglierli con una mano". Se non ci avesse detto così non li avremmo presi, siamo stati truffati, inomma. Oltretutto le istruzioni erano scritte in inglese e nessuno di noi capisce questa lingua. Soltanto dopo abbiamo saputo che si trattava di residuati di magazzino, che non si trovavano neppure più in commercio. Con 50mila lire ne abbiamo presi tre" CHI VI HA DATO QUEI SOLDI? LA ROMA? "Tutto sudore nostro. Ce li siamo procurati da soli. Noi del Commando Ultrà Curva Sud siamo sempre stati autosufficienti" CHE COS'E' IL "COMMANDO ULTRA' CURVA SUD"? "E' il fior fiore dei tifosi romanisti..." DEI PIU' SCATENATI, VISTO CHE IL VOSTRO STEMMA E' UN TESCHIO CON UNA FOLGORE? "Macché scatenati, noi ci agitavamo solo per rincuorare la Roma. Sono i "trascinatori" quelli che fanno casino. Loro sono dei delinquenti, armano anche i bambini. Noi abbiamo sempre usato bengala innocui" LA SOCIETA' FAVORIVA LA VOSTRA ATTIVITA'? "Non ci ha mai aiutato più di tanto. Ci dava i biglietti omaggio del servizio d'ordine e ci metteva a disposizione il magazzino" BEL SERVIZIO D'ORDINE! NEL MAGAZZINO CUSTODIVATE I RAZZI. ALLORA SONO LE SOCIETA' A FAVORIRE LA VIOLENZA. "No, la Società non c'entra. Il magazzino ce lo dava per le bandiere, Certo che ogni tanto qualcuno ci nascondeva anche i botti. Con i biglietti del servizio d'ordine, difatti, si passava dallo stesso cancello "E" da cui entrava il personale dello stadio. Non c'erano controlli. Quel giorno, ad esempio, i razzi me li ha portati dentro uno della Roma due ore prima dell'inizio. Io ero fuori con quelli del controllo". POI CHE COS'E' ACCADUTO? "I laziali si davano un gran daffare e così abbiamo pensato di controbatterli. Mi sono ritrovato in mano il primo razzo e l'ho acceso, ma ho dovuto agitarlo perché non partiva. A forza di muoverlo mi è sfuggito di mano, era la prima volta che lanciavo un ordigno simile. Subito dopo ho cercato di accenderne un altro, ma si è sprigionato un fumo densissimo. Nella nebbia ho visto la folla ondeggiare dalla parte dei laziali, nient'altro." NON TI SEI ACCORTO DI AVER UCCISO UN UOMO? "No, l'ho saputo dalla radio e dagli altoparlanti del campo". ALLORA CHE HAI FATTO? "Sono rimasto al mio posto a vedere la partita. Speravo che non fosse il mio, quel razzo maledetto. Verso la fine del primo tempo, però ho notato che i compagni mi guardavano in modo strano e ho cominciato ad allarmarmi. Appena hanno aperto i cancelli dello stadio me la sono squagliata. Mica poteva restare lì con scritto assassino in fronte". QUESTA E' LA PRIMA VOLTA CHE AMMETTI DI AVER LANCIATO IL RAZZO OMICIDA. SE NON SBAGLIO, IN PASSATO HAI SCRITTO UNA LETTERA A UN GIORNALE NEGANDO TUTTO. "Non sapevo più cosa fare per discolparmi, avevo perso la testa. Quel giorno non volevo fare del male a nessuno, tanto è vero che giravo a viso scoperto, senza fazzoletto sul volto come fanno gli ultrà quando decidono di menare le mani. Non sono mai stato violento. Certo, qualche volta mi sono picchiato con i laziali, ma tutto è finito lì. Ho sempre avuto paura di prenderle. Anche da bambino ero sottomesso a tutti. Nella mia zona mi chiamavano "pollacchione" e non mi rispettava nessuno". ERI GIA' ROMANISTA A QUELL'EPOCA? "Tifavo per la prima in classifica che era la Juventus. Poi ho scoperto la Roma e me ne sono innamorato. Ho cominciato ad andare allo stadio ad otto anni con mia sorella N. A 13 anni ho cominciato a lavorare perché non avevo più voglia di studiare. Con i primi guadagni mi sono comprato un abbonamento per la Curva Sud". TORNIAMO ALLA TUA FUGA. "C'è poco da dire. Quando i compagni, che sono rimasti allo stadio fino all'ultimo, mi hanno confermato che la polizia mi cercava per l'assassinio di quel tizio me la sono squagliata. Prima però ho telefonato a casa, a mia madre, dicendole che partivo per Pescara". NON LE HAI DETTO ALTRO? "E che so' scemo? Mica potevo dirle "ho ammazzato uno". Sarebbe svenuta al telefono". AVEVI MOLTO DENARO CON TE? "Duecentomila lire, tanto è vero che ho dovuto chiedere ospitalità a un amico. La sera dopo mi sono spostato, poi ho cominciato a vagare da un paese all'altro. Sono stato anche all'estero..." COME VIAGGIAVI? "In treno o con l'autostop. La polizia trascura gli autostoppisti, ha altro da fare". ADESSO COME TRASCORRI LE TUE GIORNATE? "Lavorando qua e là. La sera non esco mai, non vado neppure al cinema per paura che mi fermino per chiedere i documenti". HAI PIU' VISTO I TUOI GENITORI? "No, ed è questa la cosa che mi dispiace di più. Oltretutto io contribuivo al bilancio familiare. Prendevo 50mila lire alla settimana e le versavo quasi tutte in casa. Papà è un saldatore disoccupato, da solo non ce la fa a mandare avanti la famiglia". DAVI TUTTO A LUI? "Sì. Pensa che gli amici mi avevano soprannominato "Tzigano" perché, per non sporcare il vestito buono, andavo allo stadio conciato come uno straccione". SEI PIU' TORNATO A VEDERE UNA PARTITA? "No, mi è sempre mancato il coraggio. Ho paura di tradirmi per l'emozione. Ma un giorno ci ritornerò. Magari andrò in tribuna, non nella curva sud". TI SEI PENTITO DI QUELLO CHE HAI FATTO? "Se vedessi un ragazzo con dei razzi in mano glieli farei ingoiare. Mi sono rovinato la vita per quella robaccia". A DIRE IL VERO TE L'ERI GIA' ROVINATA PRIMA. AVEVI GIA' AVUTO ALTRI GUAI CON LA GIUSTIZIA. "Quali guai? Le mie sono sempre state stupidaggini. Ho preso 4 mesi per uno scippo, ma non avevo una lira. E da piccolo mi sono fatto pescare mentre giocavo dentro una macchina rubata da altri. Tutto qui". COSA FARAI DOPO ESSERTI COSTITUITO? "Scriverò una bella lettera alla moglie e ai figli di Paparelli per chiedere il loro perdono". SPERI CHE TE LO RICONOSCANO? "Sì. Quel disgraziato è morto, ma sono disgraziato anch'io che continuo a vivere con questo peso sulla coscienza". HAI PAURA DI ANDARE IN GALERA? "No. Ho paura di uscire. Sono sicuro che i laziali non dimenticheranno ciò che è accaduto e, prima o poi, verranno a cercarmi per pareggiare il conto. Si è trattato di una disgrazia, maledizione, non di un delitto". L'intervista è finita, prima di andarsene G.F. si dà una spolverata agli stivaletti a punta, da bullo di periferia che balla il liscio. "Presto ci rivediamo a Roma", dice. "Sto preparandomi per "L'ultimo Tango".



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